Hai trovato un reperto archeologico? Ecco le poche regole da seguire per difendere un patrimonio di tutti


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In una realtà territoriale come quella del Sud Italia, culla della Magna Grecia e scrigno di testimonianze delle numerose altre civiltà che ne hanno disegnato il DNA culturale, troviamo una delle maggiori concentrazioni di reperti archeologici del mondo, il che – se da un lato è una fortuna che altri Paesi del mondo ci invidiano – dall’altro espone questo incommensurabile patrimonio alla cupidigia di tombaroli e trafficanti senza scrupoli che da secoli banchettano a una mensa di cui lo Stato fa fatica a mantenere il controllo. In un contesto del genere anche per il comune cittadino armato delle migliori intenzioni è facile imbattersi nel ritrovamento di un reperto, per cui è senz’altro utile sapere come ci si deve comportare in una simile circostanza. A spiegarcelo è l’archeologo toscano Francesco Ghizzani Marcìa, uno dei membri del progetto editoriale ARCHEOSTORIE (licenza Creative Commons 4.0 International), che comprende il Journal (www.archeostoriejpa.eu), pubblicazione scientifica peer reviewed a cadenza annuale, disponibile in inglese sul web, e il Magazine (www.archeostorie.it), webzine che raccoglie storie e riflessioni per far scoprire a tutti quanto sia bella l’archeologia. In calce al seguente testo di Francesco Ghizzani Marcìa, il PDF con le semplici regole da seguire in caso di ritrovamento di un reperto archeologico.

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Chi trovi un coccio, lo lasci dove sta

di Francesco Ghizzani Marcìa

 “A casa ho un pezzo di anfora”. Alzino la mano tutti gli archeologi a cui non è mai capitato di sentirsi dire questa frase (o una delle sue varianti) da qualcuno che, almeno a prima vista, non è né un tombarolo né un ladro o un trafficante d’arte, ma piuttosto un insospettabile panettiere, un’amabile vecchina o un amico di famiglia. Te la dicono così, quasi cinguettando, con aria di candida innocenza, come se non ci fosse nulla di male, spesso solo per attaccare discorso o per dimostrare una certa sensibilità verso i temi della tutela e della conservazione del patrimonio culturale.

Ribadisco, non stiamo parlando di delinquenti di professione che depredano e danneggiano il nostro patrimonio culturale in maniera consapevole per trarne profitto, ma dei nostri vicini, amici o parenti di specchiata onestà, insomma gente che non ha nulla a che fare con la ricettazione e il furto di materiale archeologico. Ed è proprio questo che ogni volta mi lascia spiazzato: l’apparente leggerezza con cui si dichiara quello che a tutti gli effetti è un illecito.

E allora cosa dobbiamo pensare di queste persone? Incauti? Inconsapevoli? Sprezzanti delle norme? Difficile dirlo, probabilmente tutte queste cose insieme. Lo conferma la faccia che fanno quando tu fai calare la scure del “lo sai che è reato detenere illegalmente materiale archeologico in casa propria?” E ancor più le risposte che ti danno, in genere qualcosa del tipo “abbiamo talmente tanti reperti nei magazzini dei musei che nessuno vedrà mai, e il problema sono io che ho un minuscolo frammento sulla mensola della cucina?”, espressione in salsa archeologica dell’autoassoluzione passe-partout: “i veri reati sono altri, io non faccio nulla di male a nessuno” anche detto “argomento del sì, vabbè “.

Insomma, inutile nasconderlo, esiste un diffusissimo atteggiamento di incauta leggerezza – più o meno consapevole – nel trattare il materiale archeologico, ed è questo il vero problema, specie in un paese come il nostro che è una gigantesca area archeologica dove è impossibile per le autorità preposte controllare ogni fazzoletto di terra, e dove accade invece di frequente che pezzi di quel patrimonio diventino facile preda di chiunque. Così in molti territori, finita la stagione dei tombaroli di mestiere, è iniziata quella dei “raccoglitori della domenica”, persone che durante una passeggiata con il cane, o una corsetta nel parco, non si lasciano sfuggire l’occasione di portare a casa, come souvenir qualsiasi, frammenti di ceramica millenaria o pezzetti di bronzo pluricentenari, nemmeno fossero margheritine.wqJtpB0a_reasonably_small

Certo, esiste la legge. E la legge, molto chiara in materia, non ammette ignoranza, come si suol dire. Figuriamoci se ammette leggerezza e superficialità: chi raccoglie reperti archeologici commette un reato, punto. Ma se del reato in sé si occupano le forze dell’ordine e i funzionari del Mibact, l’archeologo può solo denunciare? No, può fare molto altro percorrendo altre strade: per esempio lavorando “a monte” del problema, ovvero cercando di dissipare quell’atteggiamento diffuso che è all’origine del reato. Come? Svolgendo fino in fondo la propria funzione di mediatore culturale tra passato e presente, comunicando e divulgando non solo i contenuti specifici delle proprie ricerche, ma anche i valori e i principi alla base della propria disciplina. L’obiettivo è chiaro e ambizioso: far sì che una nuova sensibilità nei confronti del nostro patrimonio si diffonda in modo capillare e metta radici profonde nella società, prendendo il posto del “sì, vabbè” tanto caro ai raccoglitori di cocci. È una responsabilità che gli archeologi non possono più trascurare, né demandare ad altre figure professionali.

Si può trasmettere questo messaggio in molti modi diversi. A Populonia, per esempio, c’è chi sta mettendo in atto una campagna di informazione preventiva che aiuti a diffondere le buone norme di comportamento in caso di “avvistamento di un coccio” (il 28 ottobre scorso Populonia e il golfo di Baratti sono stati messi in ginocchio da un violento nubifragio, a seguito del quale il problema di cui parliamo si è fatto particolarmente evidente). Fiumi d’acqua, fango e pietre hanno invaso il golfo, sradicato alberi, aperto voragini e travolto strade. Frane e smottamenti hanno ingoiato intere fette di terreno con tutti i relativi depositi archeologici, hanno messo in luce sepolture antiche, muri, manufatti etruschi e romani e disseminato tutto il golfo di reperti, frammenti di ceramica dipinta e ossa umane. Questo anche in zone esterne ai limiti “sorvegliati” dal Parco di Baratti e Populonia: zone molto frequentate da turisti e passanti e perciò perfetto terreno di caccia per i “raccoglitori della domenica”.

La grave situazione ha portato il funzionario responsabile della Soprintendenza Archeologia della Toscana Andrea Camilli a pubblicare un appello sul suo profilo Facebook in cui invitava gli abitanti della zona a non raccogliere i materiali archeologici per evitare di fare danni, e soprattutto a segnalare casi sospetti di furto. Eppure, nonostante l’immediato l’intervento del personale della Soprintendenza, della società Parchi Val di Cornia, degli archeologi che lavoravano sul campo e di alcuni cittadini, non sono mancati i fenomeni di sciacallaggio paventati da Camilli. Inoltre, considerata l’entità dei danni e della dispersione dei materiali, è facile immaginare che ancora per molto tempo basteranno qualche goccia di pioggia, un po’ di vento, una mareggiata o il passaggio di un animale, per mettere in luce (e in pericolo) qualche nuovo reperto. Che fare allora? Siamo sicuri che le persone siano adeguatamente informate su come comportarsi in certi casi, e sui rischi che corrono infrangendo la legge?

Nel dubbio, passato il momento dell’emergenza, Andrea Camilli si è fatto promotore, insieme a Carolina Megale e all’Associazione Past in Progress, di “È GIÀ TUO. Non raccogliere i reperti”, una campagna di comunicazione che illustri a turisti e visitatori le norme di buon comportamento di fronte al ritrovamento di oggetti antichi. L’idea ha trovato subito l’entusiastico sostegno di tutte le persone, non solo addetti ai lavori, che hanno a cuore il patrimonio archeologico di Populonia. Ho aderito subito anch’io mettendo a disposizione le mie matite.

Come detto, esistono riferimenti di legge chiari e precisi in materia di scoperte fortuite, e l’obiettivo della campagna è tradurre queste norme in buone pratiche di comportamento per tutti i cittadini. Abbiamo cercato di rendere il tutto in un linguaggio facilmente accessibile, perché la conoscenza di queste buone pratiche si traduca presto in una tutela diffusa e partecipata.

SOURCE Fame di Sud

 

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